La chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz, a causa del conflitto contro l’Iran provocato dalla campagna militare lanciata da Stati Uniti e Israele lo scorso 28 febbraio, ha innescato una crisi energetica sul lato dell’offerta senza precedenti, alla quale l’Europa rischia di non essere adeguatamente preparata, entrando in competizione con i Paesi asiatici per accaparrarsi a caro prezzo le risorse disponibili. È quanto sostiene Francesco Sassi professore in geopolitica dell’energia all’università di Oslo e autore del blog e della newsletter Energy Geopolitics & Statecraft, che in un’intervista con Focus Europe fa il punto sulla situazione energetica globale e sui punti di debolezza dell’UE.
Nel 2023, circa 20 milioni di barili di petrolio hanno attraversato quotidianamente lo Stretto di Hormuz, pari a un quinto del consumo mondiale di liquidi petroliferi, secondo l’Agenzia statunitense per l’informazione energetica. Anche circa un quinto del gas naturale liquefatto (GNL) mondiale transitava attraverso lo stretto. Con il blocco della via d’acqua a causa della guerra, l’Agenzia internazionale dell’energia (IEA) prevede un calo dell’offerta globale di petrolio di almeno 8 milioni di barili al giorno a marzo, sottolineando che la decisione storica dei suoi Paesi membri di liberare 400 milioni di barili di petrolio, resta comunque una misura tampone a fronte di una domanda mondiale di 104 milioni di barili al giorno. Sul gas pesa soprattutto l’interruzione delle esportazioni dal Qatar, che interessa circa il 20% dell’offerta globale di GNL.
In questo contesto, nonostante le diversificazioni avviate dopo la crisi energetica del 2022 e una crescita delle rinnovabili, il mix dei Paesi UE resta ancora fortemente dipendente dai combustibili fossili, con petrolio e prodotti petroliferi e gas naturale che, secondo elaborazioni Eurostat, hanno pesato nel 2024 per il 38% e il 21% sul totale (rinnovabili 20%, energia nucleare 12%, combustibili solidi 10%), pur con fortissime differenze tra i singoli Paesi.
I principali partner energetici europei sono Norvegia e Stati Uniti, ma secondo dati dell’istituto Ifo circa il 6,2% delle importazioni di petrolio greggio e l’8,7% delle importazioni di gas naturale liquefatto dirette verso l’UE transitano attraverso lo Stretto di Hormuz, mettendo in competizione i Paesi UE più esposti con quelli dell’Asia, che nel 2025 hanno importato circa il 60% del proprio fabbisogno petrolifero dalla regione e il 27% del GNL.
Un’Europa più esposta della crisi del 2022
“L’Europa oggi non è affatto più preparata rispetto al 2022 ad affrontare una nuova crisi energetica”, afferma Sassi, secondo cui, al contrario, sul piano delle politiche energetiche la situazione è persino peggiorata.
Per Sassi, in questi anni la politica energetica europea si è organizzata attorno a “un macro-obiettivo”, ovvero il phase-out dagli idrocarburi russi, “obiettivo che non abbiamo ancora centrato a quattro anni dall’invasione russa dell’Ucraina”. Ed è proprio attorno a questo obiettivo incompiuto che, secondo l’analista, l’Europa si trova oggi “con entrambe le mani legate”.
Lo scorso 26 gennaio, i Paesi UE hanno formalmente approvato il regolamento per eliminare gradualmente il gas russo: le importazioni di GNL saranno vietate entro l’inizio del 2027 e quelle via gasdotto entro l’autunno del 2027.
In questo contesto, secondo Sassi, Bruxelles e i Paesi UE non possono rafforzare la propria sicurezza energetica senza rivolgersi ad altri attori sui mercati globali, ma nel frattempo la crisi in corso rende molto più onerosa questa alternativa.
“Non vi è modo di rafforzare la propria sicurezza energetica senza guardare a qualsiasi altro interlocutore sui mercati”, afferma. E poiché “tutti i Paesi del Golfo sono stati selezionati tra i primi partner alternativi alla Federazione russa”, l’eventuale venir meno degli approvvigionamenti dal Golfo rende “il prezzo di questa alternativa molto più costoso”.
Per Sassi, questo scenario espone l’Europa a una competizione diretta con le grandi economie asiatiche. “L’economia europea si mette in competizione con Cina, Giappone e India”. Il rischio, nella sua lettura, è che Bruxelles si renda conto troppo tardi della gravità della situazione, cioè “quando i mercati asiatici, e questi tre Paesi, decideranno di assicurarsi tutti i volumi disponibili di petrolio e gas naturale, pagando un prezzo più alto rispetto a quello che l’Europa è in grado oggi di offrire”.
In questi giorni i leader dei Paesi UE e i rappresentanti delle istituzioni europee hanno tentato di fornire rassicurazioni circa la disponibilità degli approvvigionamenti. Intervenendo davanti al Parlamento europeo lo scorso 10 marzo, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, pur riconoscendo gli impatti devastanti della situazione in Medio Oriente sul settore energetico, ha sottolineato che “l’Europa è ora molto meno esposta alle importazioni di combustibili fossili”. Il giorno prima, il commissario all’Energia Dan Jørgensen, presentando il pacchetto energia, ha affermato che al momento l’UE non ha “un problema di sicurezza degli approvvigionamenti”, aggiungendo che eventuali misure che verranno prese dovranno essere temporanee e mirate.
Sassi insiste molto anche sulla differenza rispetto al 2022-2023. Quella “del 2022-2023 è stata una crisi generata in Europa, con l’Europa al centro. Questa volta il centro è l’Asia”, osserva. Questo significa che l’impatto sul mercato europeo arriva “di riflesso”, mentre “in questo momento tutto il GNL che è possibile dirottare verso l’Asia sta andando verso quel continente, non come nel 2022-2023 quando invece veniva dirottato verso l’Europa”.
Le opzioni sul tavolo e il nodo degli stoccaggi
Quanto alle possibili risposte nel breve periodo, Sassi individua due strade, pur dicendosi scettico sulla reale volontà politica di percorrerle. “Ci sono due cose che può fare l’Europa: una internamente e una invece in collaborazione con i Paesi asiatici”, spiega. La prima sarebbe “una dichiarazione molto diretta e molto franca sulla gravità della situazione in cui si trova l’Europa”, accompagnata dalla decisione di predisporre “piani per il risparmio energetico da qui al prossimo inverno”, che coinvolgano “sia il settore dei trasporti sia quello dell’elettricità e del riscaldamento domestico”.
Per l’analista, una scelta del genere comporterebbe però un costo politico molto elevato per la Commissione. “Questo sarebbe un’ammissione di colpa gigantesca della Commissione”, sostiene Sassi, “perché a quattro anni di distanza dal 2022 si ammetterebbe che siamo di nuovo in un’altra crisi e che tutto quello che è stato fatto nel frattempo non è riuscito ad anticipare ciò che è accaduto”.
La seconda opzione sarebbe invece quella di aprire un coordinamento con i grandi Paesi importatori asiatici. “L’altra opzione è parlare con i Paesi asiatici, quindi Cina, India e Giappone, e trovare con loro un modo per gestire in maniera concordata, fuori dalle regole di mercato, immettendo una quantità immensa di politica e di pianificazione anche geopolitica dei traffici energetici, questa situazione da qui al prossimo inverno”, dice. Ma anche questa ipotesi, aggiunge, resta poco probabile, sia perché “non esiste questo linguaggio della geopolitica dell’energia a livello della Commissione europea”, sia perché manca una posizione europea condivisa sui rapporti con Washington e Pechino.
Nell’intervista c’è spazio anche per una critica al ritorno del dibattito sul tetto al prezzo del gas, nuovamente ipotizzato lo scorso 10 marzo nel suo discorso al Parlamento europeo dalla presidente dell’esecutivo UE, Ursula von der Leyen. Per l’analista, il price cap è una misura “infattibile” che rischierebbe di inviare “il segnale opposto” a quello necessario. “La politica decide che non è un problema, perché impone questo price cap che nessuno ha capito come verrebbe imposto ai mercati internazionali”, osserva, mentre la priorità, a suo giudizio, dovrebbe essere “un dialogo con gli altri Paesi che importano gas naturale a livello globale”.
Sassi sottolinea inoltre che i margini di manovra restano molto stretti anche sul piano dell’offerta. “Il gas naturale liquefatto, al di fuori del Qatar, arriva da pochi Paesi”, spiega. E se Doha dovesse interrompere le esportazioni per una prolungata chiusura dello Stretto di Hormuz, “i maggiori esportatori nel mondo sarebbero gli Stati Uniti, l’Australia, mentre il terzo Paese è la Russia”.
Un nodo centrale, per quanto riguarda il gas, resta quello degli stoccaggi e del tempo a disposizione. I livelli di stoccaggio europei si attestavano intorno al 30% nella prima settimana di marzo, mentre la media degli ultimi cinque anni per questo periodo si è aggirata intorno al 45%, anche a causa di un inverno più freddo della media, soprattutto nell’Europa settentrionale.
“Noi abbiamo gli stoccaggi molto bassi, siamo ancora in inverno”, avverte Sassi. E aggiunge: “non sappiamo cosa accadrà quest’estate, non sappiamo quanto il conflitto durerà”. Per questo, dice, se l’Europa pensa “di poter giocare una partita rallentata” e di rinviare le decisioni politiche, rischia “di trovarsi fuori gioco, di giocare oltre il tempo massimo”. Anche perché, ricorda, “ricreare gli stoccaggi necessita di tempo, di denaro e anche di GNL disponibile o di gas naturale disponibile, che in questo momento semplicemente non c’è”.
